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Archive for the ‘TRANSITION TOWNS’ Category

Il Transition Training (TT) è un corso intensivo di due giorni in cui sotto la guida di uno o più facilitatori si imparano, in modo esperienziale, molti modi di:

1 Progettare il cambiamento nella comunità partendo dal basso, subito, con le persone che ci sono e senza aspettare i politici (in una parola, Transizione);

2 Immaginare il futuro post-carbon e cominciare a lavorare insieme per arrivarci consapevolmente;

3 Gestire un gruppo e la leadership in maniera partecipata;

4 Comunicare;

5 Lavorare giocando;

E molto altro ancora.

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Tutto quello che riguarda il TT è ben spiegato nei blog e nelle community varie del Movimento di Transizione (vedi i link in basso).

Il meglio del Transition Training è, tuttavia, ben altro. E’ quello che non sta scritto in rete, nei manuali, nei video sulla transizione. Il succo non è certo concentrato negli spezzoni di presentazioni di slide reperibili online.

Il succo è la non misurabile esperienza di scambio, sensazioni, commozioni, relazioni, umanità e vita che un gruppo di venti persone può innescare.

Un gruppo di venti persone in due giorni può gettare le fondamenta di amicizie durature, può sviscerare i più profondi problemi sedimentati, può mettersi in gioco e mettere in discussione tutto quanto fatto fino a quel momento nella vita. Ma questa serie a dir poco incredibile di eventi straordinari possono aver luogo solo se i partecipanti si convincono di trovarsi in una stanza magica, una stanza dove non contano i titoli onorifici, ma come ci si sente, non contano le aggressioni verbali ma conta dire al compagno che siede a fianco cosa si spera per il futuro e si provi, per gioco e con strumenti nuovi e che ci riconnettono, a progettarne uno desiderabile. Due giorni bastano a convincerci che quel gioco è proprio ciò che vogliamo fare da grandi.

Per me è stato così, due giorni fa, a Mestre.

 

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La frase del giorno: non gruppi ma flussi ;)

Risorse

– Articolo sul sito ufficiale.

– Per fare un Transition Training il calendario è a questo link (in aggiornamento).

– Il sito di alcuni dei Facilitatori.

– FILM del 2013 sulla Transizione nel mondo | Transizione 2.0 (attivare i sottotitoli in Italiano)

 

 

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Quelli che operano egoisticamente per dei risultati sono dei miserabili. – Sri Krishna

 

Credo che la giustizia produca giustizia e l’ingiustizia, ingiustizia. – R. W. Emerson

 

Le persone costruiscono la strada camminando. – Antonio Machado

 

Ben tre citazioni mi ci vogliono, stavolta, di autori che parlano molto meglio di me, per introdurre quanto segue.

“Erase una vez” il Biologico

La storia della nascita del “Biologico” moderno è raccontata in diversi libri guida come Il dilemma dell’onnivoro, ecc. (assemblatevi anche voi la vostra biblioteca domestica).

Partendo dalle fonti è bene sapere che il Bio di oggi è figlio di una ribellione culturale che si oppose al riduzionismo di J. von Liebig, autore di libri che gettarono le basi dell’agricoltura industriale moderna intorno al 1840-50. Nel secolo successivo la Rivoluzione Verde (pseudonimo per indicare il sistema monocoltura-fertilizzanti-pesticidi inaugurato negli USA a partire dagli anni ’40) sposò del tutto il riduzionismo di Liebig come una naturale prosecuzione della logica dualistica Uomo-natura, Bene-male, Giusto-sbagliato dell’uomo occidentale moderno, e che aveva appena dato il meglio di se nella Seconda Guerra Mondiale. Insomma a farla breve si produsse all’epoca una grande frittata di cervelli dei maschi dominanti d’Occidente.

Al riduzionismo e alla sconnessione, proposta da Liebig, come chiavi per comprendere e dominare i processi biochimici (compresa la separazione dei nutrienti per le piante) più di ogni altro autore contemporaneo Albert Howard oppose l’idea di interconnessione.

Esempio – Noi in questo momento siamo in internet (interconnessi) e funzioniamo molto meglio così, come civiltà, usando l’interconnessione: ci informiamo di più e meglio, agiamo in peer-to-peer. Democrazia diretta. Intelligenza collettiva, ecc. ecc. Ciò è un esempio di come l’interconnessione è per noi una cosa seria: la chiave della vita, per tutti i viventi, come aveva intuito Howard.

Un’altra cosa evidente è che funzionando interconnessi, creiamo realtà molto più complesse di quelle che vengono create da persone disconnesse (si pensi ad esempio alle gerarchie militari o clericali o aziendali, prototipi di società nella società, e alla loro ridicola semplificazione organizzativa: idea (di uno solo)-comando-esecuzione del comando). Le società complesse invece si auto-organizzano continuamente con il feedback (ecco come diventano così complesse e resilienti); Le società gerarchiche non possono farlo: ai livelli inferiori non è dato dire la propria.

Ebbene, Liebig, proponendo il metodo riduzionista (mannaggia a Cartesio!) come approccio per lo studio dei processi biologici,  cioè separando gli elementi e i processi, e studiando tali processi nel mondo vegetale, giunse ad un semplificativo schema di funzionamento della pianta: ha bisogno, diceva, per crescere, di acqua, luce e tre elementi, azoto, fosforo e potassio.

E’ un’infelice conseguenza degli approcci semplicistici quella di arrivare a conclusioni semplicistiche.

Detto questo, Howard è ben considerato il primo che in Occidente, in epoca moderna e in quel contesto (al momento propizio, direi) gettò le basi di quello che poi si strutturò come metodo agricolo Biologico. E’ facile accorgersi che non è un metodo (come l’ottusità della legislazione ci porterebbe semplicisticamente condurre a pensare) ma un approcio alla vita, al rapporto con tutti gli altri viventi e, in ultima analisi, alle piante ed animali della nostra fattoria, che poi si regolamenta, purtroppo, con una mera serie di leggi e contratti.

La storia continua. Si dovrebbe raccontare che, entrati nel secolo 1900, ci furono poi altre figure importanti che proseguirono l’eredità culturale di Howard e andarono avanti nello studio della natura vista come un tutt’uno con l’uomo, nonché della fattoria vista come organismo vivente, ma io qui volevo focalizzarmi sugli aspetti sociali del biologico.

Il movimento biologico annoverò fin da subito una schiera di agricoltori che intendevano non piegarsi al modello economico dominante, che volevano condurre la fattoria nel rispetto della natura, cercando di preservare intatti i cicli biochimici e le interconnessioni tra terreno, vegetali e animali. Nel frattempo, dal lato clienti, la consapevolezza portò in USA alla nascita di progetti popolari in cui le persone partecipavano direttamente al finanziamento di tali realtà agricole di controtendenza (andare contro l’agroindustria e il Governo significava avere vita non facile, economicamente). Nacquero così le CSA (Community Supported Agricolture), che erano in pratica filiere di mercato chiuse su se stesse: i cittadini finanziavano le fattorie presso cui veniva coltivato il cibo che poi essi stessi mangiavano. Questo per poter avere nel piatto, ovviamente, cibo bio. Il tutto poteva prevedere in genere anche una sorta di condizione promiscua in cui si poteva pagare in natura, cioè supportando lavorativamente i produttori.

Mercato vs Comunità

La CSA è molto più lungimirante dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidali) italiani o delle cooperative di soli acquirenti come ConProBio (Svizzera) o CortoCircuito (Italia): nel restare produttori indipendenti infatti si ha l’indubbio vantaggio di poter produrre come si vuole cosa si vuole (basta farlo di nascosto). Per contro non si ha vita facile, nel Mercato, stretti tra GDO (Grande Distribuzione) e fornitori, che insieme agiscono simultaneamente con effetto incudine-martello riducendo gli utili al minimo per l’agricoltore. Inoltre nel GAS non si supera l’eterna dualità, l’eterna contraddizione concorrenziale tra compratore e venditore: il primo vuole comprare sempre la merce al prezzo più basso possibile, il secondo venderla al prezzo più alto. Si rimane, quindi, nemici sotto lo stesso tetto, in un rapporto di dipendenza-conflitto mai risolto, che è l‘essenza del Mercato [2]. Nella CSA invece si supera questa dicotomia e si pratica la Common (la Comunità)[1]. Gli agricoltori faranno in tal caso davvero parte della famiglia, condivideranno le scelte produttive e i metodi agricoli con i futuri loro acquirenti. Ci sarà insomma più trasparenza.

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E veniamo finalmente al motivo del post.

L’unico esempio che conosco in Italia di CSA “all’americana” è Arvaia, il cui blog seguo da tempo. E’ una CSA di Bologna, che in questi giorni ha traguardato un obiettivo organizzativo non da poco, che è appunto quello del finanziamento integrale da parte dei soci-consumatori.

E’ possibile cercare di farsi un’idea del progetto sul loro sito e, se state in zona, partecipare.

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In bocca al lupo ragazzi!

 

 Riferimenti

[1] Per saperne di più sulle Commons e altre forme non competitive:

Il valore delle cose, Raj Patel

[2] Sul tema GDO, fornitori e prezzi di mercato:

La fine del cibo, Roberts

 

 

 

 

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Anche se una fetta della gente continua a vivere nel secolo scorso, esiste una frazione sempre più ampia di persone che, venute a conoscenza dello stato dell’economia, dell’ambiente e della società, smette di cercare lavoro nel business as usual e cerca di crearsi un lavoro che assecondi il cambiamento globale. E’ naturale, è un modo di adattarsi per non crepare, una evoluzione.

Gli adattamenti ci hanno sempre contraddistinto come esseri viventi e sono una botta di vita nella piattezza della epoca precedente, in cui l’esigenza di trovare il proprio posto nel sogno americano globale ci ha spento il cervello della ceatività.

Ora sappiamo che piccoli gruppi di persone possono sedersi ad un tavolo e cominciare a progettare una nuova economia per la loro cittadina e portare avanti il loro embrione in collaborazione con il sindaco e le imprese, condividendo il processo in tempo reale su twitter o wordpress ma, ancora meglio, vedendosi e conoscendosi di persona.

Alcuni segnali dello scenario futuro sono che le specie vegetali tradizionali possono smettere di produrre entro pochi anni perché aggredite dall’alterazione climatica (castagni, olivi, albicocche), che l’economia dei servizi del secolo scorso non elargisce più posti di lavoro ma li veicola in luoghi (Cina e India) dove la manodopera è a basso costo. Che al grande movimento delle masse umane dei pendolari dovrà sostituirsi il telelavoro attraverso internet, visto l’enorme disagio dei trasporti che 3 miliardi di esseri umani creano vivendo nelle metropoli. Questi e altri item di una lunga lista di indici di trasformazione economica possono far capire che il mondo non è più come 20 anni fa e che solo chi capisce e asseconda il nuovo scenario potrà avere futuro.

La nuova economia per ora è piuttosto anonima, non ha un nome (è una moltitudine inarrestabile), viaggia sotto i radar, si sta strutturando a macchia di leopardo, striscia talvolta nei consigli di amministrazione delle multinazionali o nei parlamenti (sotto forma di Dario Tamburrano ad esempio), attraverso bizzarri e multicolori gruppi di minoranza etichettati come ecologisti, pacifisti, verdi. Ma si tratta di tutt’altro: di persone come il gruppo di transizione Monteveglio, dalla coscinenza allargata, che stanno cambiando l’idea di come deve funzionare la nostra società. E che stanno facendo opera di persuasione aprendo varchi ideologici e spesso riuscendo a farsi strada negli altri e ottenere maggiore collaborazione.

I capisaldi della nuova forma mentis sono un mix di metodologie create dal basso: collaboratività, sondivisione, distribuzione della responsabilità, senso di comunità globale, ecologia umana applicata all’economia. Da qui scaturirà la nuova economia.

 

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Foto sopra: Transition Town Totnes e il progetto Atmos. Principi chiave molto motivanti.

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Due video per gustarsi e ispirarsi con la Transizione di Totnes. Bellissimi entrambi.

Aprile 2012 a TEDx

http://youtu.be/dYHLv5z4RBw

apr2012

Ottobre 2014 a Bologna

http://youtu.be/9rgExIu8tR0

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Negli ultimi anni Rob Hopkins e tutte le città in Transizione a lui connesse hanno cominciato a pensare ad una evoluzione. “Non si può portare avanti il cambiamento continuandosi a vedere il mercoledì sera, dopo aver messo a letto i ragazzi” più o meno queste sono le parole da lui usate per spiegare come hanno deciso di creare una economia locale partendo dalla moneta.

Qui sotto il bellissimo video intervista

http://youtu.be/BBAFOwhL__Y?list=PLzwP50aE0Q6NFNVkRfv5_4Hv9vcNVCaaR

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http://youtu.be/hKEhSKm7kogm7kog

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Crisi sistemica. La maggior parte delle persone con cui parlo non sanno nulla. Mezzo sorriso, scherno sottinteso. Il solito fanatico di qualcosa, pensano.

Facce da schiaffi. Maledizione!

Mi succede con maestre d’asilo, sorveglianti di condomini, anziani pensionati, colleghi coetanei (incomunicazione pura), madri al supermercato con bambino accarrellato, dottori, tutti insomma.

Questo piccolo post-monologo-sfogo mi serve a dirmi/vi una profonda verità che viene messa sotto i piedi dalle persone di cui sopra: Se si vuole fare le cose stando dalla parte della soluzione, non del problema, è necessario ridurre la presenza del Mercato nella nostra vita. Così:

IL SURPLUS VA CONDIVISO, NON VENDUTO.

E’ un principio economico etico banale. Mai applicato da nessuno.

E’ un principio di progettazione in permacultura.

Prendiamo l’albero, in simbiosi con i funghi. Gli zuccheri in eccesso, l’albero li REGALA, sotto forma di essudati radicali, ai funghi. Non li vende, non li presta a interesse. Non li trasforma in titoli azionari. Questo “regalo” fatto ai funghi è tutt’altro che un regalo. E’ una connessione attiva. L’albero così facendo fa prosperare i funghi, li tiene in vita. E cosa ci guadagna l’albero: i funghi di rimando nutrono l’albero con tutto quello a cui l’albero non può provvedere da solo, acqua compresa.

I cittadini dell’economia occidentale hanno dimenticato il contatto con la loro Madre (vedi film Home). E così non condividono il surplus di risorse con i loro simili, men che meno lo usano per ridurre il ritmo della loro economia. sarebbe bastato questo a prosperare sulla Terra. Invece: salvano quel surplus in conti bancari dove il denaro può produrre altro denaro.

Mi succede oggi, di nuovo. Parlo con una persona (che credo dalla parte della soluzione) di un incontro che posso organizzare per insegnare a fare autoproduzioni in casa (perché voglio contribuire alla decrescita, ad abbassare il Pil, lo spreco, bla bla bla). Bene, mi fa, “ospito io il corso, così non mi fai pagare”. E quando gli dico che non avrei comunque fatto pagare nessuno (perché il surplus si condivide, non si vende) mi fa: “E perché? DEVI FARTI PAGARE!”

Ps. Il titolo del mio post si riferisce ad una storia raccontata a grandi e piccini per insegnare un po’ di monetarismo (quanto servirebbe saperlo già dalle elementari!)

Eccola qui a fumetti (ci sentiamo piccini stasera).

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Pochi mesi fa in casa mia abbiamo deciso di cambiare fornitore di energia passando a Retenergie, una cooperativa di privati cittadini tramite i quali è possibile a prezzi vantaggiosi ottenere la fornitura di elettricità da una società che produce prevalentemente energia da fonti rinnovabili, Trenta Spa. Essere nella cooperativa Retenergie significa anche contribuire al progetto (e i dividendi) di numerosi impianti fotovoltaici realizzati con azionariato popolare la cui energia viene e verrà immessa in rete. Lo scopo? Rendersi autosufficienti e indipendenti dal mercato, contribuire ad abbattere le emissioni di gas serra, investire sul futuro di sicurezza energetica.

Per chi abita a Firenze, nei primi mesi di quest’anno si è concretizzato il progetto di portare Retenergie e il servizio di fornitura di Trenta Spa anche qui. Da ora per chi contatta Retenergie sarà molto facile in pochi mesi effettuare il cambio.

Se questo basta a stuzzicarvi la curiosità potete leggere un buon post scritto dal solito informato Cristiano Bottone a questo link oppure, ancora meglio, invitare Retenergie a fare una presentazione della cooperativa presso la vostra parrocchia, Gas, circolo. Saremo/saranno felici di contribuire :)

Buona lettura e buone riflessioni.

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Domenica 1° aprile ha avuto luogo un evento speciale in una struttura privata dell’Associazione Via del Carota, Bagno a Ripoli (FI).

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Vale la pena di raccontare brevemente questa storia dall’inizio. E’ andata così.

§ Un Transition Talk cercato con le persone giuste

Il 20 gennaio nei dintorni di Firenze avevo organizzato una serata sull’Economia Locale. Fu un bell’incontro in cui mi colpì l’interesse di alcune persone presenti, Francesco, Milena, Raffaella, Eva e molti altri non li conoscevo bene allora, ma erano lì. Come spesso accade, chi è recettivo al cambiamento ed aperto alle esperienze comunitarie si ritrova insieme in cerchio, prima o poi.

Il discorso di cambiamento partito quella sera aveva bisogno di maggiori appuntamenti per crescere. Molti me lo dissero.

Proprio in quei giorni sarebbe partito un Circolo di Studio sulla Permacultura. Il luogo di ritrovo è la proprietà di Milena a Bagno a Ripoli, dove ci incontriamo per fare l’orto e per seguire delle lezioni pratiche di Permacultura.

Il seguito della serata del 20 gennaio stava ancora aspettando, e a ben vedere molti dei partecipanti al Circolo di Studio erano interessati (e alcuni entusiasti conoscitori) del Movimento delle Transition Towns.

E’ cosi che ho trovato il modo di far coincidere più cose contemporaneamente: organizzando un Transition Talk “di secondo livello” proprio con queste persone, le quali vivono quasi per la totalità nei comuni di Firenze Sud e hanno costituito la giustificazione di apparecchiare per loro, ma in verità per tutti i partecipanti interessati, una discussione su come partire con un movimento di Transizione dal titolo: Quali passi fare.

Per l’occasione è venuto Stefano Peloso, facilitatore di Lame in Transizione.

§ Appunti sparsi della serata

(in grassetto le parole chiave della discussione)

– Un gruppo guida dovrebbe essere formato da più di 3 persone (a Lame hanno cominciato e sono tutt’ora in 6). E’ importante dato il carico di lavoro/responsabilità nella prima fase.

– L’iniziativa deve coinvolgere una comunità (strada, condominio, frazione di comune, dipende dal contesto) l’importante è il contatto diretto con tutti i partecipanti (no via web).

– Meglio il contesto molto piccolo che troppo grande.

– Trovare modi nuovi di coinvolgere:

Cineforum, comizio, seminario        NO

invitare VIP e personalità                  NO

Università del saper fare                  OK

Web-cafè / open space                          OK

giornate comunitarie (es. “Ort’ Attak”) OK

– La rete è usata solo per dare risonanza agli eventi. Il gruppo guida TT usa una mailing-list (per tenersi in contatto internamente) e un blog (per pubblicare le esperienze)

– Il gruppo guida TT non crea doppioni e “lavora dov’è più efficace”: se c’è già un Gas NON ne crea un altro, se c’è già un gruppo di acquisto fotovoltaico NON fa competizione con esso.

– Il gruppo guida TT collabora con tutti i movimenti ma NON si fa assorbire da: politica, legambiente, grillini, comuni virtuosi, centri sociali, Arci, associazioni turistiche, aziende.

– Sottogruppi creati a Lame in transizione: ALIMENTAZIONE, ENERGIA.

§ APPROFONDIMENTI

– Suggerito da Stefano: breve guida per facilitare un Web-Cafè

– Come usare un Open Space

– Cosa sono le “città” di Transizione

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Spesso si aspetta per troppo tempo che “succeda qualcosa”, quando bastano piccoli gesti personali per costruire pezzettini di cambiamento.

UNA SERATA SULL’ECONOMIA LOCALE E LO SCEC

Venerdì 20 Gennaio presso a Sesto Fiorentino (FI) ho organizzato un cineforum e dibattito sull’ ECONOMIA LOCALE.

Il programma della serata è stato:

1) Vedere il film l’Economia della felicità;

2) Presentazione del Progetto Arcipelago SCEC;

3) Dibattito.

L’evento si è svolto bene. Il film è stato bellissimo e la presentazione del “picco del debito” (fatta da Giovanni, uno dei volontari del Progetto Arcipelago SCEC) ha interessato tutti.

A seguire si è svolto un cerchio di domande a cui hanno partecipato una trentina di persone provenienti dai diversi comuni vicini, inclusi Firenze, Montespertoli, Bagno a Ripoli e in cui sono state sollevate molte domande inizialmente scettiche ma successivamente sempre piu’ interessate alla soluzione SCEC, a mano a mano che venivano spiegati i vantaggi del denaro locale.

L’obiettivo della serata era far adottare ai Gruppi di Aquisto Solidale di firenze lo SCEC e spingere ad una adesione anche i produttori dei Gas stessi. Spero che un po’ sia successo.

E ORA? COSA DOVREBBE SUCCEDERE?!

Dopo la serata molti mi hanno scritto di continuare così. La naturale evoluzione per me sarebbe arrivare a parlare del quadro completo della crisi e introdurre il movimento di Transizione.

Sto raccogliendo consensi per capire se c’è la massa critica che giustifichi l’impegno a organizzare questo secondo evento.

E cosi’, eccomi qua a buttare giu’ bozze di un programma per venerdì 10 febbraio 2012:

ECONOMIA LOCALE, CONTINUIAMO A PARLARNE

(Transizione in corso… quali passi fare)

AGENDA (bozza):

–          SALUTO: I singoli partecipanti si presentano (5 min ciascuno);

–         LA CONVERGENZA DELLE CRISI e L’APPROCCIO DELLE TRANSITION TOWNS: presentazione power point (30-45 min circa);

–          DIBATTITO: dopo la presentazione, si formeranno tavoli di discussione (4-5 partecipanti per tavolo) che potranno autogestirsi esplorando le possibili soluzioni fattibili nel proprio intorno;

–          IL TABELLONE DEI PROGETTI: i singoli tavoli presentano le proprie proposte al resto della sala.

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Guardate la nostra terra, è meravigliosa.

Immagine di Martin

…Serve un bel respiro prima di cominciare…

§ Acqua passata?

“Nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all’infinito: è una legge fisica.”

L’annosa questione dei limiti della crescita è stata risolta con l’accettazione della verità di cui sopra.

E’ stato poi elaborato un brillante progetto sociale con cui tenerci a galla nella fase di passaggio dalla vecchia maniera di commerciare, sprecare e speculare (business as usual) verso il nuovo paradigma economico. Il progetto si chiama Transizione ed è tutt’ora in corso.. Ma le Nazioni cosa fanno nel frattempo?

Nell’ottobre del 2008, in piena crisi, il sindaco di Londra, Boris Johnson, inaugurando un enorme centro commerciale, invitava la gente ad uscire ed andare a spendere. Del resto lo stesso Presidente Bush all’indomani dell’ 11 settembre suggeriva agli americani di “uscire a fare spese”. E lo stesso suggerimento era solito darlo ancora nel Natale di 2 anni fa il presidente del consiglio come rimedio alla crisi economica: “Italiani, spendete e non risparmiate!”

Cosa aggiungere a questo sopra? Si commenta da solo.

L’economia mondiale indottrina a oltranza generazioni di colletti bianchi, di politici e finanzieri non potendo e non volendo fermarsi. Evidentemente tra noi in questa società parliamo lingue molto diverse.

§ Vedere per credere

Il modello matematico elaborato dai Meadows predice bene, seppur grossolanamente, quello che sta succedendo.

Stiamo vivendo una fase di veloce esaurimento delle risorse (curva rossa in copertina), a causa del loro eccessivo sfruttamento. Quello che ne consegue è una breve parentesi di massimo splendore della tecnologia (curva gialla in copertina): avendo noi a disposizione il maggiore flusso di materie prime e combustibili della storia dell’umanità, la popolazione che ne può beneficiare cresce e produce manufatti tecnicamente sofisticati, vive nell’opulenza, seppur sulla base di un radicato sistema economico iniquo e coercitivo, basato sulla logica della proprietà, del profitto e del potere. Il sistema economico ha anche preso una piega suicida acquisendo la dottrina del consumo ciclico, della obsolescenza pianificata e della moneta debitoria come nucleo dei suoi meccanismi. Un sistema così malato non potrebbe mai sopravvivere a lungo, è fatto per esplodere.

Il massimo di popolazione, reddito, tecnologia, cibo, produzione eccetera cade proprio nel punto di mezzo dell’esaurimento delle risorse (punto di massimo relativo della curva gialla in copertina). Passato il punto di mezzo delle riserve e dei depositi, l’estrazione di energia a basso costo rallenta, e porta ad uno squilibrio tra domanda e offerta che fa collassare il sistema economico. L’estrazione delle risorse rallenta da lì in poi progressivamente. Decresce per la prima volta anche il flusso di materie prime e risorse non rinnovabili (terreno coltivabile, banchi ittici, biodiversità vegetale, risorse forestali).

Nessun sistema economico umano può esserci al di fuori del sistema biologico entro cui vive l’uomo.

Per la prima volta nella storia, raggiunto il punto di picco, il limite alla crescita del sistema economico è dato dal processo di sgonfiamento del sistema biologico. Sta letteralmente finendo l’aria nella navicella.. non perché respiriamo troppo, ma perché la navicella si sta rimpicciolendo.

La natura sta scomparendo dalla Terra.

Il processo è inarrestabile una volta superato il punto di non ritorno climatico.

Il punto di non-ritorno climatico, a detta dei climatologi, dei meteorologi e della comunità scientifica di tutto il mondo, è demarcato dalla linea delle 300-350 parti per milione (abbreviato ppm) di anidride carbonica in atmosfera. Questa è un limite dettato dal buon senso: in nessuna epoca della storia geologica in cui è nata e cresciuta la specie umana sulla Terra la concentrazione di anidride carbonica aveva mai superato tale valore.

E’ dagli anni ottanta che abbiamo superato tale livello. Da quest’anno siamo oltre le 390 ppm.

Un altro indicatore è l’impronta ecologica mondiale, quanto velocemente distruggiamo le risorse che la natura deve ripristinare. Incisiva è l’osservazione che l’uomo non è capace di produrre il proprio ambiente vitale, sa solo distruggerlo. Ad esempio non sa produrre frutta, la frutta sboccia ogni anno sugli alberi grazie agli insetti impollinatori, non certo grazie alla “tecnologia”. L’uomo non sa produrre acqua potabile, se non a costo di dispendiosi sistemi energibori che producono maggiore CO2. Non sa nemmeno produrre ossigeno, da cui dipende per respirare. Tutte queste cose le fa per lui la biosfera. La biosfera ha risorse che sono capaci di ripristinarsi da sole, come le foreste, ma a patto che sia inferiore la velocità dell’uomo di distruggerle. Quando le due velocità si equivalgono, si dice che l’impronta ecologica è uguale a uno.

IE = 1

Tuttavia per nostra sfortuna non siamo stati attenti alla nostra impronta ecologica. Dal 1984 la nostra impronta è maggiore di quella terrestre, ed oggi siamo arrivati ad impronta ecologica di circa il 150%. Distruggiamo la Terra piu velocemente di quanto le sue risorse rinnovabili si riformano.

Tuttavia questo conteggio è molto ottimistico, perché non tiene conto della velocità di distruzione delle risorse non rinnovabili, come uranio, petrolio, gas naturale, fosfati, che non sono tenuti in conto nel calcolo dell’impronta, di cui non sappiamo fare a meno in questa nostra economia e per i quali i tempi di ripristino non sono calcolabili.

§ Le idee che sono in giro

Penso che in questo periodo, in cui il disfacimento del sistema si manifesta progressivamente sempre più visibile (e tangibile), l’idea di essere tra coloro che preparano strategie per il “politicamente inevitabile” possa essere di grande motivazione per tutti. Per chi sta sperimentando la Transizione, ma più in generale per tutti quelli che sono alla ricerca di modelli differenti (come i Gas) e che fanno “circolare idee” che potranno essere raccolte al momento opportuno da tutti gli altri.

Tim Jackson riflette abbastanza seriamente sul senso della crisi che viviamo oggi.

Per chi è angloabile e ha un po’ di tempo da perdere, come me stasera davanti il pc, consiglio un discorso in più parti di Rob Hopkins (Rob Hopkins Off Grid 2011) sul percorso che Transition sta facendo e sui punti cardini del processo culturale: localizzazione, decrescita, autosufficienza, cambiamento interiore.

Troppo povero questo paragrafo? Poche idee?

Leggerete tanto su quello che sto tentando di fare io in questi mesi. A chi mi vuole bene consiglio la bibliografia che fin’ora ho elencato nella pagina del blog, tutta, e magari da leggere di nuovo il libro di transizione di Luca Mercalli, vedi link.

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