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Archive for the ‘Agricoltura sostenibile’ Category

All-focus

Esiste un buon mercato domenicale a Olmi (frazione di Quarrata) raggiungibile facilmente da Pistoia.

Molti produttori locali biologici, contadini, pasticcieri, fornai, viticoltori e produttori di olio, allevatori e produttori di cosmetici e indumenti naturali.

Le uova che ho trovato sono le migliori e io di mercati ne ho girati molti… Ottimi prezzi.

Pane (col sale, comediocomanda!) lievitato e cotto a dovere, integrale e semintegrale. Schiacciata casereccia, frutta e verdura di stagione.

Viene promossa anche un’iniziativa da una azienda produttrice di lavanda in occasione della festa di San Giovanni:

All-focus

Più informazioni le trovate nelle immagini.

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Di cosa si parla: Glifosato, celiachia, biologico, byoblu
Tempo fa, 2013 credo, studiai diverso materiale sulla celiachia e in quel periodo mi occupavo anche di agricoltura ecologica.
Stavo studiando anche gli inquinanti in uso in agricoltura e disegnai  due curve: una dell’andamento negli ultimi anni della celiachia, esplosa misteriosamente. Un’altra dell’uso del glifosato.
Tutti intorno a me in quel periodo nutrizionisti e medici compresi stavano a dire: la celiachia è dovuta al glutine, è intolleranza.
Tutti, dotti e profani si sono riempiti la bocca con questa parola senza sapere talvolta neanche che significa.
Ai supermercati è esplosa la moda del gluten-free. Le famiglie con i figli celiaci evitavano il pane come la peste: riempivano la dispensa di prodotti senza glutine. Per esempio mangiavano solo riso e SOIA. Si parlava solo di quello, a Firenze.
Quello che io avevo notato era molto strano: le due curve di cui sopra, glifosato-celiachia, combaciavano perfettamente.
per me era evidente: siccome il glifosato è usato nelle coltivazioni di cereali, è lui la causa della celiachia.
Talvolta al mio interlocutore domandavo: Scusa ma se è il glutine a provocare la celiachia, perché mai noi italiani ne siamo tanto affetti solo ora, dato che da almeno 500 anni ci abboffiamo, tutti i giorni pari e quelli dispari anche, di grano?

Questo bellissimo servizio di Claudio Messora mi ha fatto saltare sulla sedia.
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La soluzione?

Contattare produttori di grani biologici, sani e privi di veleni. Non comprare più prodotti industriali, trovare un gruppo di acquisto solidale vicino casa e iscriversi.
Diffondete!

Postfazione

Sosteniamo Claudio Messora e diffondiamo il suo appello: Leggi qui

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Bellissima digressione sulla storia recente.

 

C’era una volta l’Agricoltura biologica che non era soltanto un metodo colturale ma era anche un metodo culturale.
Nei primi anni 70, essere un agricoltore biologico era sinonimo di sovversivo, anarchico, hippie, gente che cercava un modello di vita reale all’utopia anticapitalista. In quel tempo agricoltura biologica ed Ecologia andavano a braccetto, per un mondo diverso dallo stato capitalista,
centralista, comunista, iperindustrializzato, consumista e guerrafondaio. Dove la Monsanto forniva l’agente orange alle truppe americane in Vietnam, e oggi produce il Raundup per l’agricoltura, a base di glyphosato principale ingrediente dell’agente orange, o la Union Carbide,  (oggi Dow Chemical ) quella del disastro di Bhopal in India nel 1984, 300.000 morti, che produceva il Sevin pesticida “miracoloso” per gli agricoltori indiani il cui principio attivo (isocianato di metile) è usato come gas di sterminio dagli eserciti di tutto il mondo; multinazionali che forniscono ancora oggi gli stessi prodotti al Ministero della guerra e al Ministero dell’agricoltura.

Finita la festa del 68 alcuni di quei capelloni hippie anarchici pacifisti, abbandonano la città e si trasferiscono in campagna, su terreni marginali della collina centro italiana, terreni abbandonati dai contadini mezzadri negli anni 50, o meglio costretti dal padrone ad abbandonarli perché poco
produttivi, non a caso le tre sorelle, CIA, Coldiretti, Confagricoltura, si schierarono subito apertamente contrarie a questi nuovi arrivati che sapevano pure leggere scrivere e far di conto.
Si cominciò a mettere in pratica le utopie del 68. “Piccolo è bello” di Ernest Schumacher e “Il testamento agricolo” di sir Albert Howard furono i nostri manifesti politici culturali e colturali, si capi che il mangiare era un atto politico, e che il suolo era il primo anello della catena
alimentare, che la “fertilità del suolo” era la chiave del problema agricolo.

liebigital

Non i concimi chimici, la mentalità NPK (azoto, fosforo, potassio) dei seguaci di Justus von Liebig, (a onor del vero va detto che fu lo stesso Liebig ad accorgersi dell’errore alla fine della sua vita, con una serie di scritti apocalittici, oggi noti come testamento di Liebig, tenuti segreti
per oltre un secolo a generazioni di agronomi, dalle università di tutto il mondo), non i pesticidi la cui pericolosità per l’eco sistema è ormai ampiamente documentata, non gli OGM, l’ultima frontiera della scienza riduzionista, che il padre della genetica italiana il Prof. Giuseppe
Sermonti tentò invano di mettere in guardia i suoi studenti all’università
di Perugia prima di essere isolato e deriso dall’italiota intellighenzia.

Tutti metodi agricoli che cercano di curare la malattia e non la causa che l’ha generata.

“Le microbe n’est rien le terrain est tout.” (Louis Pasteur.)

In Italia il movimento del biologico muove i suoi primi passi in Toscana alla fine degli anni 70 nascono le prime associazioni: “ Cos’è biologico?”, la Fierucola, Asci, Il Coordinamento Toscano Produttori Biologici (C.T.P.B.) Quest’ultimo da vita al primo sistema di controllo autocertificato, con un pugno di giovani agronomi fortemente motivati. In pochi anni in tutte le regioni italiane si formano associazioni di produttori biologici, dal Veneto alle Marche alla Sardegna, fioriscono come funghi associazioni, dibattiti, convegni. Nasce un mercato, prima di nicchia poi di settore che fattura numeri importanti. Furono dieci anni di crescita esponenziale.

Poi come dice il Prof. Giorgio Nebbia: “ L’attenzione per l’ecologia declino presto e nuovi aggettivi più accattivanti comparvero come “verde”, “sostenibile” e, più recentemente “biologico”, da associare al nome di prodotti commerciali che un venditore vuole dimostrare “buoni”. Fu allora che lo stato centralista, che ormai era diventato Europa, corse ai ripari. Nel 1993 viene varato a Bruxelles il primo regolamento comunitario sull’agricoltura biologica. Ci sembrò una vittoria, fu l’inizio della fine.
La strategia? Quella di sempre: “divide et impera” Separarono per legge il controllore dal controllato con la scusa del conflitto di interessi, salvo far pagare il controllo come prima agli agricoltori controllati. Iniziò una guerra fratricida fra associazioni di controllo e associazioni
di agricoltori biologici. Le prime forti delle leggi comunitarie si imposero sulle associazioni degli agricoltori chiudendo ogni rapporto, rifiutando persino una rappresentanza degli agricoltori controllati nelle commissioni di certificazione dove erano presenti consumatori e ricerca
universitaria, salvo sceglierseli da soli, (come se la FIAT si scegliesse i rappresentanti sindacali) ancora una volta gli agricoltori furono relegati a servi della gleba, va sottolineato come la stragrande maggioranza delle associazioni del “biologico certificato” IFOAM compresa siano
particolarmente carenti di democrazia partecipata, strutture piramidali autoreferenziali, forse solo così hanno facile accesso nei palazzi della politica?
Gli stessi giovani agronomi che pochi anni prima coinvolti dagli agricoltori biologici ne avevano sposato ideologie e politiche, che insieme avevano costruito un sistema di controllo aperto e costruttivo, gli stessi controllori che il CTPB prestò ad AIAB per essere accreditata a livello
europeo, ora certificavano tutto e il contrario di tutto, l’agricoltura biologica, e l’agricoltura integrata, la piccola fattoria autosufficiente e il latifondo ad agricoltura industriale “biologica”. secondo le nuove normative CEE.
In pochi anni le associazioni regionali di agricoltori biologici certificati o meno furono spazzate via, oggi associazioni regionali di agricoltori biologici degne di questo nome non esistono più. Asci, Fierucola, AIAB, AMAB, lo stesso CTPB sono ormai degli spettri che si aggirano con nostalgia nella campagna toscana e come in Toscana lo stesso è successo nelle altre regioni.
Miglior sorte non è toccata alle associazioni di certificazione, i controllori sono stati trasformati in esattori del governo, griglie e tabelle di conformità nei minimi particolari decidono per loro, come robot si aggirano nelle loro visite ispettive controllano la burocrazia delle
aziende, (in media il 90% del tempo della visita) spuntando gli innumerevoli quadratini delle tabelle di conformità che il ministero dell’agricoltura gli fornisce. ( un “regalo” del Ministro Nunzia De Girolamo, nella sua lunga carriera come ministro dell’agricoltura, tre
mesi.) Umiliandoli con un lavoro che al massimo richiede una licenza media,
disprezzando così quella laurea in agraria che potrebbe fruttuosamente essere messa a disposizione dell’agricoltore controllato in un ottica diametralmente opposta alle tabelle di conformità, che riconosce all’agronomo controllore la sua professionalità.
Si chiude per legge il rapporto costruttivo fra agronomo controllore e agricoltore controllato, come formulato da Schumaker in “Soil Association” in Inghilterra nel 1946.
Questo unito alla deriva mercantile a cui ci siamo assoggettati accettando acriticamente tutte le leggi che la Comunità europea ci calava dall’alto, in primis il brevetto del logo “agricoltura biologica”, D’ora innanzi l’agricoltura biologica per legge era cosa loro. L’assioma che il
settore Primario l’agricoltura produce merci “speciali” che non possono sottostare alle stesse leggi di mercato del settore Secondario l’industria, viene abilmente aggirato.

Clavier Bio
Il dado è tratto. L’agricoltura biologica diventa un metodo di coltivazione fra i tanti, che produce prodotti “che un venditore vuole dimostrare buoni”, per lo stesso mercato consumistico capitalista, allineandosi in bella vista fra i banchi dei supermercati.

Con un operazione di ingegneria genetica hanno silenziato dal DNA dell’agricoltura biologica il gene rivoluzionario… E noi siamo stati le consapevoli o inconsapevoli cavie!
Perché allora non uscire dal biologico “certificato”? Unirsi a gruppi alternativi come “garanzia partecipata”, “genuino clandestino”, “agricoltura naturale”, “mercato a Km. 0”, e tanti altri?
Perché non è solo un problema di certificazione, anche se la certificazione cosi com’é ha fallito.

E’ lo spirito associativo vero, quello capace di essere influente sulle politiche locali che è finito. Si è affievolito lo Spirito direbbe Gino Girolomoni. Abbiamo smesso di credere che avremmo cambiato il mondo, e intanto il mondo cambiava noi. Il tempo passa e lo “spirito giovanile rivoluzionario” con esso?
Che fare?

Sicuramente non buttare il bambino insieme all’acqua sporca.

Un grazie planetario a tutti gli agricoltori biologici certificati e non, che faticosamente in tutto il mondo, oggi in questi tempi oscuri dove i cavalieri dell’apocalisse galoppano per mari e per monti, riescono con il
loro lavoro 365 giorni all’anno anno dopo anno, nonostante tutto a produrre quel poco di cibo buono che c’è.

Le utopie, le speranze i sogni di una vecchia generazione possono diventare realtà per una nuova, purché il filo “sottile” lo Spirito che le unisce non venga spezzato.
Morale? Le speranze “politiche” della mia generazione di agricoltori biologici non si sono realizzate, sicuramente molti gli errori commessi, ma nessun rimpianto, consapevoli del privilegio per essere vissuti a contatto con la Natura, qui abbiamo fatto crescere i nostri figli e i nostri nipoti. Come dice un vecchio proverbio cinese: “…se vuoi essere felice tutta la
vita fai il contadino.”

Forse l’evoluzione ha tempi più lunghi di una vita.

Abbiamo messo un seme nella terra fertile e l’abbiamo concimato con la nostra vita. Madre Terra lo custodirà con amore e un giorno, quando saremo morti, cioè concime, una nuova generazione lo vedrà nascere.

“ La morte è la più grande invenzione della Natura per avere molta vita.”
(Goethe)

E Natura è il nome che i non credenti danno a Dio.

 

di Alfredo Anitori [Az.agr.Sommavilla]

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Per non chi conoscesse Jairo Restrepo, qui trovate un corso completo condiviso da TerraViva Verona. Sarà a Firenze con l’appuntamento seguente.

 

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Quelli che operano egoisticamente per dei risultati sono dei miserabili. – Sri Krishna

 

Credo che la giustizia produca giustizia e l’ingiustizia, ingiustizia. – R. W. Emerson

 

Le persone costruiscono la strada camminando. – Antonio Machado

 

Ben tre citazioni mi ci vogliono, stavolta, di autori che parlano molto meglio di me, per introdurre quanto segue.

“Erase una vez” il Biologico

La storia della nascita del “Biologico” moderno è raccontata in diversi libri guida come Il dilemma dell’onnivoro, ecc. (assemblatevi anche voi la vostra biblioteca domestica).

Partendo dalle fonti è bene sapere che il Bio di oggi è figlio di una ribellione culturale che si oppose al riduzionismo di J. von Liebig, autore di libri che gettarono le basi dell’agricoltura industriale moderna intorno al 1840-50. Nel secolo successivo la Rivoluzione Verde (pseudonimo per indicare il sistema monocoltura-fertilizzanti-pesticidi inaugurato negli USA a partire dagli anni ’40) sposò del tutto il riduzionismo di Liebig come una naturale prosecuzione della logica dualistica Uomo-natura, Bene-male, Giusto-sbagliato dell’uomo occidentale moderno, e che aveva appena dato il meglio di se nella Seconda Guerra Mondiale. Insomma a farla breve si produsse all’epoca una grande frittata di cervelli dei maschi dominanti d’Occidente.

Al riduzionismo e alla sconnessione, proposta da Liebig, come chiavi per comprendere e dominare i processi biochimici (compresa la separazione dei nutrienti per le piante) più di ogni altro autore contemporaneo Albert Howard oppose l’idea di interconnessione.

Esempio – Noi in questo momento siamo in internet (interconnessi) e funzioniamo molto meglio così, come civiltà, usando l’interconnessione: ci informiamo di più e meglio, agiamo in peer-to-peer. Democrazia diretta. Intelligenza collettiva, ecc. ecc. Ciò è un esempio di come l’interconnessione è per noi una cosa seria: la chiave della vita, per tutti i viventi, come aveva intuito Howard.

Un’altra cosa evidente è che funzionando interconnessi, creiamo realtà molto più complesse di quelle che vengono create da persone disconnesse (si pensi ad esempio alle gerarchie militari o clericali o aziendali, prototipi di società nella società, e alla loro ridicola semplificazione organizzativa: idea (di uno solo)-comando-esecuzione del comando). Le società complesse invece si auto-organizzano continuamente con il feedback (ecco come diventano così complesse e resilienti); Le società gerarchiche non possono farlo: ai livelli inferiori non è dato dire la propria.

Ebbene, Liebig, proponendo il metodo riduzionista (mannaggia a Cartesio!) come approccio per lo studio dei processi biologici,  cioè separando gli elementi e i processi, e studiando tali processi nel mondo vegetale, giunse ad un semplificativo schema di funzionamento della pianta: ha bisogno, diceva, per crescere, di acqua, luce e tre elementi, azoto, fosforo e potassio.

E’ un’infelice conseguenza degli approcci semplicistici quella di arrivare a conclusioni semplicistiche.

Detto questo, Howard è ben considerato il primo che in Occidente, in epoca moderna e in quel contesto (al momento propizio, direi) gettò le basi di quello che poi si strutturò come metodo agricolo Biologico. E’ facile accorgersi che non è un metodo (come l’ottusità della legislazione ci porterebbe semplicisticamente condurre a pensare) ma un approcio alla vita, al rapporto con tutti gli altri viventi e, in ultima analisi, alle piante ed animali della nostra fattoria, che poi si regolamenta, purtroppo, con una mera serie di leggi e contratti.

La storia continua. Si dovrebbe raccontare che, entrati nel secolo 1900, ci furono poi altre figure importanti che proseguirono l’eredità culturale di Howard e andarono avanti nello studio della natura vista come un tutt’uno con l’uomo, nonché della fattoria vista come organismo vivente, ma io qui volevo focalizzarmi sugli aspetti sociali del biologico.

Il movimento biologico annoverò fin da subito una schiera di agricoltori che intendevano non piegarsi al modello economico dominante, che volevano condurre la fattoria nel rispetto della natura, cercando di preservare intatti i cicli biochimici e le interconnessioni tra terreno, vegetali e animali. Nel frattempo, dal lato clienti, la consapevolezza portò in USA alla nascita di progetti popolari in cui le persone partecipavano direttamente al finanziamento di tali realtà agricole di controtendenza (andare contro l’agroindustria e il Governo significava avere vita non facile, economicamente). Nacquero così le CSA (Community Supported Agricolture), che erano in pratica filiere di mercato chiuse su se stesse: i cittadini finanziavano le fattorie presso cui veniva coltivato il cibo che poi essi stessi mangiavano. Questo per poter avere nel piatto, ovviamente, cibo bio. Il tutto poteva prevedere in genere anche una sorta di condizione promiscua in cui si poteva pagare in natura, cioè supportando lavorativamente i produttori.

Mercato vs Comunità

La CSA è molto più lungimirante dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidali) italiani o delle cooperative di soli acquirenti come ConProBio (Svizzera) o CortoCircuito (Italia): nel restare produttori indipendenti infatti si ha l’indubbio vantaggio di poter produrre come si vuole cosa si vuole (basta farlo di nascosto). Per contro non si ha vita facile, nel Mercato, stretti tra GDO (Grande Distribuzione) e fornitori, che insieme agiscono simultaneamente con effetto incudine-martello riducendo gli utili al minimo per l’agricoltore. Inoltre nel GAS non si supera l’eterna dualità, l’eterna contraddizione concorrenziale tra compratore e venditore: il primo vuole comprare sempre la merce al prezzo più basso possibile, il secondo venderla al prezzo più alto. Si rimane, quindi, nemici sotto lo stesso tetto, in un rapporto di dipendenza-conflitto mai risolto, che è l‘essenza del Mercato [2]. Nella CSA invece si supera questa dicotomia e si pratica la Common (la Comunità)[1]. Gli agricoltori faranno in tal caso davvero parte della famiglia, condivideranno le scelte produttive e i metodi agricoli con i futuri loro acquirenti. Ci sarà insomma più trasparenza.

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E veniamo finalmente al motivo del post.

L’unico esempio che conosco in Italia di CSA “all’americana” è Arvaia, il cui blog seguo da tempo. E’ una CSA di Bologna, che in questi giorni ha traguardato un obiettivo organizzativo non da poco, che è appunto quello del finanziamento integrale da parte dei soci-consumatori.

E’ possibile cercare di farsi un’idea del progetto sul loro sito e, se state in zona, partecipare.

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In bocca al lupo ragazzi!

 

 Riferimenti

[1] Per saperne di più sulle Commons e altre forme non competitive:

Il valore delle cose, Raj Patel

[2] Sul tema GDO, fornitori e prezzi di mercato:

La fine del cibo, Roberts

 

 

 

 

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RODERO – La prima delle due aziende visitate ultimamente è La Nuova Terra, di Giorgio e Lorenza, in provincia di Como, a due passi dal confine svizzero.

Schermata del 2014-01-31 11:07:08

L’azienda agricola nasce nel 1977 quando Giorgio e Lorenza decisero di coltivare con il metodo dell’agricoltura biologica un terreno di un ettaro nel comune di Rodero. La produzione attuale è soprattutto di ortaggi e frutta (mele).

(altro…)

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Spero di fare cosa gradita:

se siete interessati ad acquisti di agrumi salubri dalla Sila, bisogna prima creare una rete di acquirenti.

Il trasporto, durante il periodo di consegne, avverrebbe nella vostra zona di domicilio in giorno prefissato.
Non è solo una questione di acquisto singolo, ovviamente: chi vuole avere la consegna vicino casa deve impegarsi a creare una vera rete di acquirenti. Che ne dite di dirlo, ad esempio, alla prossima riunione di condominio? (Tataan :)
Allego il progetto, bellissimo, di Anna Maria.
Rispondere direttamente a lei, se interessati.

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Saluti e diffondete.

Emmanuele.

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Oggi voglio concedermi un lusso e scrivere di quelle cose che più mi piacciono: esempi di successo di persone che mettono in piedi ecosistemi capaci di essere davvero sostenibili e davvero provvedere al nostro bisogno di cibo.

Ho letto e scoperto Veta la Palma due anni fa, quando ho visto questo video esilarante di Dan Barber pescato (il termine non è casuale:) dai TED del 2010.

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http://www.ted.com/talks/dan_barber_how_i_fell_in_love_with_a_fish.html

Per chi non sa cos’è TED, è una piattaforma che accoglie presentazioni di progetti e nuove idee da tutto il mondo e li raccoglie sul sito dove è possibile vederli gratuitamente in streaming. Il motto messo in pratica da TED è: le nuove idee meritano di essere condivise!

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Di che cosa si parla dunque? Il pesce ormai non è più “sostenibile” come alimento perché comprarlo significa incentivare una attività che sta estinguendo l’ecosistema marino. Questo è un evento veramente recente: negli ultimi 60 anni abbiamo pescato nei mari con la stessa logica usata per abbattere sistematicamente le foreste. Per non parlare del fatto che abbiamo, e stiamo, usando il mare come vasca di raccolta dei rifiuti radioattivi delle oltre 500 centrali atomiche di tutto il mondo. per 60 anni.

La conseguenza è che ormai nel mare c’è meno vita che in una tomba.

Ebbene, a Veta la Palma, alla foce del Guadalquivir, Spagna, Miguel ha creato un allevamento integrato basato sul principio che l’interrelazione tra animali e le

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piante garantisce una catena alimentare stabile, quando lasciato in pace di vivere, ottenendo come risultato non solo un’abbondanza di pesce meravigliosa senza ricorrere ai mangimi proteici, ma tutto questo a vantaggio (non a discapito) dell’ambiente, come risultato c’è un miglioramento della qualità dell’acqua e un aumento delle specie di uccelli, una volta scomparse. Una oasi faunistica che produce pesce per l’uomo!

Insomma, detto così sembra poca roba. E’ colpa mia: non lo so spiegare in maniera avvincente, me ne rendo conto.

La morale, secondo me, è che oggi 7 miliardi di persone devono far presto ad acquisire coscienza ambientale nei loro affari, e convertire le loro aziende, e coinvolgere altri con tutti i mezzi possibili, e agire cercando di massimizzare la biodiversità, e non il proprio capitale in banca.

Molti direbbero, belle parole, ma noi abbiamo un lavoro da dipendenti in aziende private, che se ne sbattono della morale ambientale. Che cosa potremmo mai fare?

Per esempio? Queste persone potrebbero lasciare il loro posto di lavoro e dedicarsi ad altro di più sensato. Come ho fatto io.

Tutto qui. Vedetevi il video che sono sicuro vi piacerà.

Riferimenti

Documento – Resoconto e altri link in pdf.

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E’ tempo di scrivere una relazione sul metodo Manenti perché qualora le vostre idee fossero diverse dalle mie mi farebbe piacere nascesse una discussione costruttiva per utilità di tutti. Anzi spero vivamente che mi correggiate.

Attenzione: Questo post è lungo e noioso, si occupa di argomenti tecnici (agricoltura naturale) e rischia di portare via tempo e farvi appisolare, saltate alla bibliografia se volete avere prima una infarinatura dell’argomento.

Sono stato al famoso corso di Manenti, quello di tre giornate (circa 24 ore complessive) incentrato sulla fertilità naturale del suolo e sul tipo di lavorazioni del terreno.

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Premessa: avevo letto il libro che aveva destato in me interesse; avevo in precedenza assimilato i concetti di agricoltura sinergica, biodinamica, organica, naturale e biologica e avevo voglia di un confronto con queste e tra queste, viste dall’occhio del contadino. Avevo inoltre bisogno di un corso non formativo ma produttivo (cioè incentrato su pratiche agricole consolidate, piuttosto che su teorie nuove tendenti a ripartire da zero).

Al corso ho trovato pane per i miei denti e sono stato pienamente soddisfatto.

Cosa abbiamo fatto 

  • Abbiamo ascoltato la storia dell’agricoltura industriale, basata sulla produzione militare di nitrati e ciclo di Haber-Bosch
  • abbiamo fatto una lunga digressione sul ruolo delle micorrize nello sviluppo delle piante (in pratica il corso a livello teorico sviluppa ampiamente il capitolo III, che a mio parere sul libro è appena una bozza di quello che Gigi e Cristina sanno e potevano scrivere)
  • abbiamo visto e praticato la messa in atto della teoria come l’hanno consolidata i Manenti sul loro terreno.
  • abbiamo ascoltato le molte storie e aneddoti su Sostegno che Gigi ha da raccontare, mostrando un forte attaccamento e affetto verso il suo luogo di origine. Incontrare una persona che ha avuto il privilegio e la volontà di vivere tutta la vita nel suo villaggio di origine mi ha fatto sospirare.
  • abbiamo soggiornato nel nuovo e pulitissimo b&b da loro gestito e apprezzato la loro cucina contadina, tutto a prezzo molto modico.

Come la pensa

Gigi ci spiega le sue ragioni per criticare apertamente:

agricoltura sinergica

agricoltura biodinamica, (“Gigi, ma tu presti attenzione alla luna per coltivare?”, risposta “E tu presti attenzione al sole per coltivare?”)

agricoltura organica (quella di Restrepo Rivera per intenderci)

– Dice di non conoscere le ricerche dei coniugi Bourguignon (altro fatto rilevante)

– E’ profondo sostenitore del metodo scientifico, democratico e razionale, proprio quello che serve per investigare in maniera corretta -dice- le fenomenologie con cui abbiamo a che fare. Ed è il solo approccio da cui abbiamo avuto delle risposte evidenti a tutti.

Insomma, fa il tifo per Manenti!

Mi fermo qui, ora vengo al sodo.

Il metodo Manenti (cancellate gli altri:)

Ricordate il metodo sinergico? Ossia tenere arieggiato il terreno senza calpestarlo mai, neanche con un piede, avere cura di coprirlo sempre dal sole con abbondante paglia, per evitare lo spuntare delle piante concorrenti, avere cura di piantare insieme alle altre specie almeno una leguminosa, sempre, per garantire abbondanza di azoto nel terreno, di cui le piante hanno bisogno in grandi quantità? Bene,

Oppure, ricordate Fukuoka?, che ripudiava la coltura in serra, dicendo che coltivare fuori stagione portava, sì, a maturazione gli ortaggi ma a prezzo di averli svuotati di vitamine e micronutrienti, questi ultimi infatti si sviluppano solo quando la pianta produce nel periodo giusto e con il terreno giusto.

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Eppure, nel loro terreno, un bel pianoro di 2 ettari circondato da boschi, a 400 metri sul livello del mare, troverete trattori a cingolati che passano sul terreno lasciato nudo, serre sotto cui crescono in filari dritti (non spiraliformi!) eserciti di ortaggi nati da semi ibridi commerciali (conciati ed ad alta resa) dove spesso non si vede neanche una leguminosa, ma anzi talvolta si susseguono pomodori dopo pomodori, patate dopo patate.

Nel terreno scoperto, invece, quando arrivamo noi il suolo è stato arato qualche giorno prima, poi subito dopo caso ha voluto che è arrivata un’acquazzone, seguita da sole forte che ha spaccando il terreno a grandi placche, ebbene si vedono spuntare le piantine tra una spaccatura e l’altra, rigogliose. Malattie e parassiti quasi nulla.

Ma poi entriamo nel terreno con i nostri piedi e iniziamo a imparare.

(seguono appunti di campo che vorrebbero dare alcuni cenni di quanto imparato sul metodo nel suo insieme)

I cinque criteri dei Manenti

Preparare il terreno

I funghi simbionti sono la chiave di volta della salute e dello sviluppo delle piante. E’ necessario assicurarsi un loro sviluppo rigoglioso nel sottosuolo affinché le piante possano essere resistenti alle malattie e abbiano acqua e nutrienti in quantità adeguata.

Per far sviluppare i funghi simbionti (o micorrizici) è necessario non compattare troppo il suolo.

Il terreno anche se non calpesato mai più dopo una lavorazione iniziale, come in sinergica, tende comunque a compattarsi con il passare delle stagioni, troppo perché sia sufficiente solo con colture, ossia radici, garantire la presenza di ossigeno in profondità.

Allora i Manenti intervengono prima di ogni coltura

prima con una falciata e rastrellata superficiale di tutto il materiale verde che intralcia. poi si fresa e ripunta, senza sconvolgere gli orizzonti del sottosuolo. Si passa con un ripuntatore che solleva e arieggia il suolo e tuttavia senza alterare o spostare verticalmente gli orizzonti (cioè la successione di stati), che debbono il pù possibile essere lasciati cosi come sono perché tutto rimanga in equilibrio come prima.

L’errore di molti sta nell’usare aratro troppo potenti o con ruote inadatte (che schiacciano e compattano il terreno dove passano) con utensili come l’aratro rivoltatore che rovesciano il suolo capovolgendo gli orizzonti. Cosi la sostanza minerale va su e quella organica va in profondità, magari marcendo o fermentando per deficienza di ossigeno.

Il ripper, o ripuntatore, pochi lo sanno usare. i denti nel terreno profondo devono entrarci e scorrerci a 45 gradi, non verticali. é necessario prima del passaggio con il ripuntatore aver sfalciato e ripulito di materia verde la superficie, altrimenti questa si ammucchia sui denti del ripuntatore frenandolo. Questo e altro da sapere: insomma come effettuare l’aratura con le varie sequenze di lavorazione è cosa che non ho mai visto insegnare da nessuno a questo modo. Poi facciamo pratica e prepariamo insieme un bancale lungo una cinquantina di metri

Gigi ha cura di creare bancali della stessa larghezza dell’interasse dei cingoli del trattore, cosi calpesterà uno spazio con i cingoli che poi userà come passaggio, nel resto seminerà. Viene a creare file di 80 cm con 60 cm coltivabili e 20 cm di passaggio.

Rispettare le fasi di lavorazione

– Si decespuglia o trincia l’erba. Se c’è tempo, si lascia decomporre all’aria sul posto.

– Si fresa a 5-10 cm

– Si ripunta a mezzo metro di profondità

– Si rifresa (perché il trattore ha schiacciato la terra con la passata precedente)

No all’apporto di concime, fertilizzanti, compost, pacciamatura

e giusto apporto d’acqua

La paglia della pacciamatura è praticamente tutto carbonio, invece il terreno per trasformarsi bene (lo sappiamo dalla pratica della compostazione) deve avere 20 in peso di carbonio, 1 di azoto. stando a queste proporzioni non è corretto apportare solo carbonio, ne consegue che il suolo si squilibra e riduce in produttività rispetto alla situazione naturale.

Peggio ancora la pratica dell’interrare sostanza organica (legno, letame, compost, ecc..): in assenza di ossigeno la sostanza organica marcisce.

2013

L’acqua! L’acqua!

L’impianto a goccia è ottimale, ma quale impianto a goccia è ottimale?

Qui volete sapere troppo: andate al corso e… scopiazzate da lui, ehm cioè prendete esempio dalla sua esperienza.

:)

Basta dire questo: le serre di manenti sono aperte, l’intento non è coltivare fuori stagione, ma riparare dalle intemperie ed evitare di perdere le colture (ecché lavoriamo per perdere tempo?) il che in previsione del cambio climatico che aumenterà l’intensità delle grandinate è un’ottima idea.

Le serre e il trattore sono i due investimenti principali del metodo manenti.

Perché parlo delle serre: le serre raccolgono l’acqua piovana, che viene convogliata al laghetto che vedete a valle (a Sud nella foto) e poi pompata nel secondo laghetto di raccolta a monte. Da qui, sfruttando la gravità e un tipo geniale tubi, invenzione italiana, si irriga a goccia.

Tutto l’approfondimento di dettaglio su quale pianta vuole il tubo interrato, quale quello scoperto, quale meno o più acqua, è troppo lungo da raccontare.

A Gigi non l’ho mai visto preoccuparsi molto dell’ora in cui innaffiare: quando sono stato io dava acqua in pieno sole di mezzodì a delle pianticelle di 10 centimetri. Ci sono criteri che è troppo voler scrivere qui.

Poi, coltivare.

Fatta la lavorazione è necessario piantare subito dopo (il terreno scoperto è fragile). Manenti in genere non pianta a mano. La meccanizzazione è una grande invenzione: evitare qualsiasi lavoro faticoso, è una regola d’oro. Usa in genere macchine seminatrici (talvolta cimeli da museo) da attaccare al solito trattorino 50 cv.

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A questo punto in sinergica cosi come in altri metodi si entra nel ginepraio di cosa piantare, con quale alternanza tra i filari, quanti filari di lattuga alternati a quanti filari di cipolle, e poi le leguminose… ecc… in verità sembra che sia importante piuttosto piantare la pianta di stagione con la giusta distanza tra seme e seme, nel bancale. Per questo Manenti consiglia tabelle di semina appropriate. Poi semina anche un’intera fila di pomodori tutti insieme.

Le leguminose che servono ad apportare azoto? Macché, non sono determinanti: in un terreno indisturbato crescono funghi micorrizici, questi si innestano alle radici delle piante appena piantate e poi si collegano tra loro. Creano una rete interconnessa con tutte le piante attorno e, da qui, comincia a svilupparsi una complessità di microfauna (di cui non conosciamo quasi niente) ma che di sicuro ha come risultato di arricchire via via il terreno usando come nutrimento di partenza soprattutto: la lettiera (sostanza organica decomposta dall’alto), l’aria atmosferica e gli essudati delle radici delle piante (zuccheri in eccesso alla fotosintesi della pianta) e acqua. Per questo Gigi si assicura di apportare la giusta acqua al terreno (con impianto goccia a goccia), e soprattutto non toccare, per 15 giorni successivi, il terreno.

E dopo, rispettare la quiete

per due settimane successive Gigi da solo acqua. Il motivo è che si deve avere la pazienza che l’apparato micorrizico si riformi ed entri in simbiosi con la nuova coltura, e ciò avviene se non viene disturbato.

Quinto: rispettare la complementarietà delle piante

“Ogni pianta rende più di quello che prende.”

Le piante spontanee vengono lasciate nascere e crescere. L’unico criterio è che non tolgano luce alle coltivazioni edibili.

E il motivo per cui in sinergica vengono levate? Gigi grida alla contraddizione, ma come dargli torto?

Nonstante ci sia competizione tra spontanee e coltivate, questa è soprattutto per la luce (le piante mangiano per il 97% aria, tutto il resto è poca roba :) .. e allora noi assicuriamo con uno sfalcio periodico che le coltivate siano sempre dominatrici in altezza sul campo. Poi per il resto la presenza di tante ratici differenti nel terreno non può che giovare alla biodiversità e complessità del terreno, ceh cosìì diventa resiliente e ricco.

Mi fermo qui.

Ci sarebbe altro, ma non è mia intenzione stendere un trattato. Consiglio il corso a chi vuole fare l’orto come attività economica.

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Impressioni a caldo

I Manenti a mio parere rientrano nella categoria dei permacultori spontanei. Pur avendo cominciato ben prima del paradigma culturale introdotto da Holmgren e Mollison (e pur essendone rimasti al di fuori per tutto il tempo) Il loro criterio è puntare alla complessità nel loro terreno, inserendo elementi di resilienza, massimizzando la produttività delle risorse locali. Agendo e osservando, agendo e osservando, con metodica passione, con ciclo di retroazione continuo.

Bibliografia 

– Manenti, Sala, Alle radici dell’agricoltura

– Bourguignon, il suolo un patrimonio da salvare

Consigliati da Manenti

– Lester Brown, piano B

– Van der Ploeg, I nuovi contadini

– R. Patel, Il valore delle cose

– Roberts, La fine del cibo

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