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La donna non si è mai emancipata: è diventata un uomo

La donna non si è mai “emancipata”.

Viviamo nella società più maschilista: la lingua è maschilista (al plurale si usa il maschile per entrambi i sessi), il potere è maschilista, la politica è maschilista, la guerra è maschilista.

Quello che è successo è che nella società più maschilista, quella europea contemporanea, la donna, che non ha mai avuto diritti al pari dell’uomo, ha cominciato a pretendere di risalire la piramide venendo considerata maggiormente. Per ottenerlo il ricatto era semplice: diventare un uomo.

E così è stato. La donna ha cominciato ad essere inclusa nei lavori, nelle retribuzioni, delle lotte sindacali e non ultimo nella scala del potere, quello vero, quello di banche e politica, comportandosi esattamente con la stessa mascolinità omicida insita nel maschio.

Con una bella differenza però, che l’uomo agiva così perché era nella sua natura di maschio di branco. Cacciatore e violento. La donna invece il testosterone non l’aveva e non era nella sua natura comportarsi così.

Non esiste più tabù in merito: ora sta alla donna entrare nelle lobby del potere e qualche volta qualcuna c’è riuscita (un esempio a caso: Clinton).

Ma questo è stato pagato a caro prezzo dalle vittime: non esistono più le donne.

La donna, la mamma, non esiste più. Il suo ruolo è ormai snaturato.

La donna vera dovrebbe essere mamma. Quello che si vede in giro nella società del consumo sono una specie di baby-sitter truccate da prostitute e piene di cose inutili in borsa. Svogliate, viziose, estraniate dalla vera cura familiare e, per questo, maggiormente frustrate e sadiche. Con una gran voglia di fargliela pagare a questi uomini (che possono essere il marito, il capufficio, il cognato ecc.).

La donna vera dovrebbe fare la mamma. La mamma si distingue dalla baby sitter perché si dedica alla costruzione di una famiglia. Lo fa con un legante fondamentale: l’amore.

La vera mamma

La vera mamma ama tutti i membri della famiglia e lo mette in pratica col servizio. Serve i figli, giocando con loro. Serve il marito, stirandogli i pantaloni. Nutre i neonati col proprio latte. Si dedica alla famiglia e non semplicemente a se stessa. È un essere divino per questo e per questo è stato tanto divinizzato da tutte le religioni e società, vedi ad esempio la figura della Madonna.

È in questo ruolo tanto importante, tanto diverso dal ruolo del maschio, che la femmina completa e rende perfetta la famiglia. Non c’è alcuna colpa e nessun peccato nel servire: l’uomo d’altra parte si spacca la schiena nel lavoro. Non c’è niente di male neanche in questo: così tiene buono il suo bisogno ormonale di violenza.

La donna ormai si comporta quindi come un alter homo. Vuole essere prevaricatrice e potente come lui.

La società veramente paritaria quale sarebbe?

Una società dove la donna si è emancipata davvero è una società dove metà dei soldi devono andare agli uomini come stipendio per il loro lavoro, l’altra metà alle donne come stipendio per fare le casalinghe.

Una società davvero paritaria è una società dove le decisioni politiche devono essere prese per metà in parlamento, per metà in casa. Dove non è ammesso avere eserciti (la guerra è maschilismo sfrenato). Dove non dovrebbero essere ammessi ginecologi maschi, ma solo matrone. Dove non dovrebbe essere ammessa quella chemioterapia dei cervelli dei bambini che sono le scuole statali italiane, ma diffondere l’educazione in casa e in famiglie allargate.

È questo il vero tabù di oggi, la scomoda verità. Il maschio domina ancora, e le donne sono diventate come lui. La società dovrebbe servire la donna, la donna servire la famiglia.

In tutto questo la famiglia non esiste più come entità. Con tutto questo sovvertimento di ruoli, è scomparsa.

Le vittime

I figli e i padri.

I figli: perché le femmine maschilizzate non sono più mamme, non allattano, non servono la famiglia, non rispettano i mariti e i mariti non rispettano loro di ricambio.

I padri: perché in questo caos la figura che è sparita non è solo la mamma, ma anche il padre.

La società maschilista non ammette il padre.

Un uomo che ha bisogno di interrompere gli affari, la carriera, fare un beak e uscire dall’ufficio, non è ammesso.

La società del consumo non ammette che un uomo si dedichi per due anni della sua vita alla cura della neonata prole e se lo facesse, viene inquisito silenziosamente e ipocritamente dal formicaio.

Nessun padre riceve stipendio per fare il lavoro di cura dei figli, eppure dovrebbe essere così.

Nessun padre viene considerato importante dalle donne.

Nessun padre viene viene considerato un membro essenziale della società.

I padri che si dedicano ai figli vengono chiamati mammi, come se la mamma fosse l’unico essere vivente responsabile del ruolo familiare! Come se la dualità dei genitori fosse diventata prerogativa solo di chi partorisce. Ma ormai neanche il parto esiste più: è arrivato il cesareo signore e signori!

Rimango attonito davanti a tanta trasformazione e soprattutto vedendo che tutto conserva una maschera di normalità, di decenza, in una società di persone solitarie, estraniate, che dovrebbe ricominciare invece daccapo.

 

 

 

 

 

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Quelli che operano egoisticamente per dei risultati sono dei miserabili. – Sri Krishna

 

Credo che la giustizia produca giustizia e l’ingiustizia, ingiustizia. – R. W. Emerson

 

Le persone costruiscono la strada camminando. – Antonio Machado

 

Ben tre citazioni mi ci vogliono, stavolta, di autori che parlano molto meglio di me, per introdurre quanto segue.

“Erase una vez” il Biologico

La storia della nascita del “Biologico” moderno è raccontata in diversi libri guida come Il dilemma dell’onnivoro, ecc. (assemblatevi anche voi la vostra biblioteca domestica).

Partendo dalle fonti è bene sapere che il Bio di oggi è figlio di una ribellione culturale che si oppose al riduzionismo di J. von Liebig, autore di libri che gettarono le basi dell’agricoltura industriale moderna intorno al 1840-50. Nel secolo successivo la Rivoluzione Verde (pseudonimo per indicare il sistema monocoltura-fertilizzanti-pesticidi inaugurato negli USA a partire dagli anni ’40) sposò del tutto il riduzionismo di Liebig come una naturale prosecuzione della logica dualistica Uomo-natura, Bene-male, Giusto-sbagliato dell’uomo occidentale moderno, e che aveva appena dato il meglio di se nella Seconda Guerra Mondiale. Insomma a farla breve si produsse all’epoca una grande frittata di cervelli dei maschi dominanti d’Occidente.

Al riduzionismo e alla sconnessione, proposta da Liebig, come chiavi per comprendere e dominare i processi biochimici (compresa la separazione dei nutrienti per le piante) più di ogni altro autore contemporaneo Albert Howard oppose l’idea di interconnessione.

Esempio – Noi in questo momento siamo in internet (interconnessi) e funzioniamo molto meglio così, come civiltà, usando l’interconnessione: ci informiamo di più e meglio, agiamo in peer-to-peer. Democrazia diretta. Intelligenza collettiva, ecc. ecc. Ciò è un esempio di come l’interconnessione è per noi una cosa seria: la chiave della vita, per tutti i viventi, come aveva intuito Howard.

Un’altra cosa evidente è che funzionando interconnessi, creiamo realtà molto più complesse di quelle che vengono create da persone disconnesse (si pensi ad esempio alle gerarchie militari o clericali o aziendali, prototipi di società nella società, e alla loro ridicola semplificazione organizzativa: idea (di uno solo)-comando-esecuzione del comando). Le società complesse invece si auto-organizzano continuamente con il feedback (ecco come diventano così complesse e resilienti); Le società gerarchiche non possono farlo: ai livelli inferiori non è dato dire la propria.

Ebbene, Liebig, proponendo il metodo riduzionista (mannaggia a Cartesio!) come approccio per lo studio dei processi biologici,  cioè separando gli elementi e i processi, e studiando tali processi nel mondo vegetale, giunse ad un semplificativo schema di funzionamento della pianta: ha bisogno, diceva, per crescere, di acqua, luce e tre elementi, azoto, fosforo e potassio.

E’ un’infelice conseguenza degli approcci semplicistici quella di arrivare a conclusioni semplicistiche.

Detto questo, Howard è ben considerato il primo che in Occidente, in epoca moderna e in quel contesto (al momento propizio, direi) gettò le basi di quello che poi si strutturò come metodo agricolo Biologico. E’ facile accorgersi che non è un metodo (come l’ottusità della legislazione ci porterebbe semplicisticamente condurre a pensare) ma un approcio alla vita, al rapporto con tutti gli altri viventi e, in ultima analisi, alle piante ed animali della nostra fattoria, che poi si regolamenta, purtroppo, con una mera serie di leggi e contratti.

La storia continua. Si dovrebbe raccontare che, entrati nel secolo 1900, ci furono poi altre figure importanti che proseguirono l’eredità culturale di Howard e andarono avanti nello studio della natura vista come un tutt’uno con l’uomo, nonché della fattoria vista come organismo vivente, ma io qui volevo focalizzarmi sugli aspetti sociali del biologico.

Il movimento biologico annoverò fin da subito una schiera di agricoltori che intendevano non piegarsi al modello economico dominante, che volevano condurre la fattoria nel rispetto della natura, cercando di preservare intatti i cicli biochimici e le interconnessioni tra terreno, vegetali e animali. Nel frattempo, dal lato clienti, la consapevolezza portò in USA alla nascita di progetti popolari in cui le persone partecipavano direttamente al finanziamento di tali realtà agricole di controtendenza (andare contro l’agroindustria e il Governo significava avere vita non facile, economicamente). Nacquero così le CSA (Community Supported Agricolture), che erano in pratica filiere di mercato chiuse su se stesse: i cittadini finanziavano le fattorie presso cui veniva coltivato il cibo che poi essi stessi mangiavano. Questo per poter avere nel piatto, ovviamente, cibo bio. Il tutto poteva prevedere in genere anche una sorta di condizione promiscua in cui si poteva pagare in natura, cioè supportando lavorativamente i produttori.

Mercato vs Comunità

La CSA è molto più lungimirante dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidali) italiani o delle cooperative di soli acquirenti come ConProBio (Svizzera) o CortoCircuito (Italia): nel restare produttori indipendenti infatti si ha l’indubbio vantaggio di poter produrre come si vuole cosa si vuole (basta farlo di nascosto). Per contro non si ha vita facile, nel Mercato, stretti tra GDO (Grande Distribuzione) e fornitori, che insieme agiscono simultaneamente con effetto incudine-martello riducendo gli utili al minimo per l’agricoltore. Inoltre nel GAS non si supera l’eterna dualità, l’eterna contraddizione concorrenziale tra compratore e venditore: il primo vuole comprare sempre la merce al prezzo più basso possibile, il secondo venderla al prezzo più alto. Si rimane, quindi, nemici sotto lo stesso tetto, in un rapporto di dipendenza-conflitto mai risolto, che è l‘essenza del Mercato [2]. Nella CSA invece si supera questa dicotomia e si pratica la Common (la Comunità)[1]. Gli agricoltori faranno in tal caso davvero parte della famiglia, condivideranno le scelte produttive e i metodi agricoli con i futuri loro acquirenti. Ci sarà insomma più trasparenza.

zap

E veniamo finalmente al motivo del post.

L’unico esempio che conosco in Italia di CSA “all’americana” è Arvaia, il cui blog seguo da tempo. E’ una CSA di Bologna, che in questi giorni ha traguardato un obiettivo organizzativo non da poco, che è appunto quello del finanziamento integrale da parte dei soci-consumatori.

E’ possibile cercare di farsi un’idea del progetto sul loro sito e, se state in zona, partecipare.

ar

In bocca al lupo ragazzi!

 

 Riferimenti

[1] Per saperne di più sulle Commons e altre forme non competitive:

Il valore delle cose, Raj Patel

[2] Sul tema GDO, fornitori e prezzi di mercato:

La fine del cibo, Roberts

 

 

 

 

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Il libro è un saggio economico, non nel senso che costa poco (anche) ma perché riguarda la materia economia. I saggi che mi è capitato di leggere spesso sono come storie a morale: vogliono trattare un argomento senza farsi mancare una chiusura ad effetto, propositiva, un piccolo passetto in avanti, un progresso insomma, che non si esaurisca nella sola comprensione dell’argomento. Lo scopo di questo saggio è quello di fornire una chiave per migliorare la società, restituirle una migliore economia. Come? Raccontando con excursus storici quello che è lo stato attuale dell’economia di mercato e mettendone in evidenza le mancanze principali e poi fornendo la ricetta magica.

E’ come se si raccontasse la storia di un piatto da cucina in cui nel tempo si ha esagerato con alcuni ingredienti, eliminandone altri. Un piatto che non viene “capito”, di cui è importante valutare il sapore, non la quantità e che può essere recuperato solo ritornando a considerarne tutti gli ingredienti, ugualmente importanti, per quante minuscole possono essere le loro dosi e preparato con ricetta autentica, che abbia come fine ultimo non la velocità di preparazione o la quantità ma piuttosto il sapore, la qualità, la salute della persona.

Il piatto di cui si parla è l’economia: l’economia non aiuta più l’uomo nel raggiungimento di una vita piu felice, perché da ormai molto tempo si identifica la felicità con il benessere. In particolare l’insieme di beni materiali posseduti. Facendo un errore sostanziale, perchè avere beni è possedere, mentre essere felici è essere, cioè uno stato, non un possesso.

Ma questo punto viene smontato con prove empiriche: per esempio diversi studi evidenziano che dagli anni 50 a questa parte, l’aumento del reddito reale (quello che tiene in conto anche l’inflazione) non ha aumentato il grado di felicità, che anzi sta poco a poco riducendosi nelle “opulente economie occidentali”, come dice l’autore e il termine mi piace :)

C’è qualcosa che non va allora. Se in cinquant’anni abbiamo lavorato tanto come civiltà (e ognuno di voi massaggiandosi la schiena sa bene di cosa parlo) allora tutto questo lavoro dov’è andato a finire? Ha alimentato e sta alimentando l’organo sbagliato?

La chiarezza arriva con il capitolo intitolato:

Eros, Philìa, Agàpe

Sono le tre forme dell’amore umano secondo le interpretazioni filosofiche greche.

1.    L’eros non ha bisogno di spiegazioni, è quella parte dell’amore umano che risponde alla soddisfazione di un bisogno, quindi non altruistico ma invece mediato da un interesse e lo scopo è propriamente di chi lo cerca, non di chi lo riceve. Inoltre, se la cosa è contraccambiata, entrambi i partner stanno perseguendo uno scopo personale.

2.   La philìa è quell’aspetto dell’amore messo in luce nelle comunità nel senso più ampio del termine, sarebbe l’equivalente sul campo della amicizia.

A questo punto l’autore introduce una perla proveniente dalla tradizione greca che per me è da oggi un riferimento nella vita: una frase di Aristotele che recita:

L’uomo felice ha bisogno di amici

Questo aforisma è mirabile infatti se mi permettete una sua lettura veloce per poterlo apprezzare ancora meglio:

–          Fa comprendere l’ingrediente necessario alla felicità dell’uomo: l’altro. Gli amici. La comunità. E’ solo in compagnia che l’uomo si sentirà completo e felice alla fine della propria vita. L’uomo solo sarà profondamente triste.

–          Secondo, mette in luce il paradosso della tremenda vulnerabilità della felicità dell’uomo: il dipendere dal bello e cattivo tempo del prossimo. E se gli amici se ne vanno? L’uomo felice non lo sarà più, perché solo. Ma non è una cosa che si può prevedere, né controllare con i soldi.

E qui si capisce il titolo del libro, La ferita dell’altro, perché il recupero dell’umanità come condizione pienamente soddisfacente la vita di ciascuno, si incentra per forza sul contatto con l’altro, con il rischio di esserne ferito, ma recante il premio incommensurabile di riceverne la benedizione, cioè la felicità. E per dare un esempio di questa grande verità che gli antichi avevano intuito, riprende il testo della Genesi (testo che piu antico non si può!) nel passo che racconta di Giacobbe che lotta contro l’angelo. E’ chiaramente una parabola della condizione umana e di come dalla ferita (di Giacobbe all’angelo) scaturisca la benedizione (dell’angelo a Giacobbe).

Insomma, se vogliamo conoscere veramente il prossimo ed essere felici grazie a lui, dobbiamo rischiare di  prenderne anche le bastonate.

3.   Infine c’è la terza forma di amore, quella più rara, l’agàpe rappresenta la gratuità. E’ la protagonista del libro, potremmo dire. E’ un concetto che necessita chiarezza perché la nostra tradizione culturale inevitabilmente la accosta alla forma religiosa dell’atto verso dio. Non è cosi e l’autore (chiaramente cattolico) lo puntualizza: la gratuità è il dare senza pretendere di ricevere, come invece si fa nell’atto erotico; il dare a tutti anche ai nemici, è dunque ben altro che amicizia.

Ma la gratuità non vuole essere superiore all’amicizia, né al rapporto “ad interesse” dell’erotismo. Insomma si deve capire, secondo l’autore ma l’immagine è invitante e laica, che sono tre forme indivisibili della stessa natura, la natura umana, e come tali non possono essere divise.

Eros, philìa, agàpe le ho dovute spiegare per poter rendere palese l’analogia con le tre forme di economia possibile, nell’ordine:

1.   Contratto, cioè lo strumento indiscusso dell’economia di mercato moderna il cui padre storico è Adam Smith.

2.   Cooperazione, mutualità, reciprocità, scambio, azioni economiche filantropiche come i sindacati, le cooperative, i mercati di acquisto solidale, il commercio equo, ecc.

3.   Il dono, l’offerta allo sconosciuto, il volontariato (e qui entrerebbe il “dilemma del samaritano”, su cui non posso proprio dilungarmi).

L’epilogo è il seguente.

L’economia moderna è come un piatto che ha buttato fuori tutti gli ingredienti per far crescere in maniera abnorme solo il primo: l’interesse privato mediato dal contratto. Ma una forma di economia che faccia interagire le persone solo con contatti privati esclude la soddisfazione umana derivante dalla communitas, perché si immunizza dal contatto veramente umano: è immunitas. Usando sempre come medium il contratto, vivendo in un mondo dove la logica dell’economia di mercato moderna entra persino nella gestione familiare, cambia il modo di vivere in comune, filtra i rapporti umani, si sta perdendo il contatto umano e l’essere umano si ritrova circondato da troppi oggetti e sempre più infelice.

E la ricetta magica?

Far entrare più economia di scambio ed economia del dono nella vita di tutti i giorni, correre il rischio di farsi del male cercando il rapporto con l’altro, sono i due ingredienti mancanti nel nostro piatto quotidiano.

Fine.

Personalmente sono convinto che le radici necessariamente gratuite dello scambio si spiegano nella natura biologica dell’uomo: è un animale sociale. Più chiaro di così…  Tuttavia questa lettura filosofica sulle giustificazioni che rendono necessario “fare comunità” fa bene. Una boccata di profonde riflessioni antropologiche prima di ritornare a pensare alle risorse e alla qualità dell’aria e bla bla bla.

Mi ci voleva una “chiacchiera con i giganti”, prima di risalire sulle loro spalle e continuare la festa.



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