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Posts Tagged ‘la ferita dell’altro’

Il libro è un saggio economico, non nel senso che costa poco (anche) ma perché riguarda la materia economia. I saggi che mi è capitato di leggere spesso sono come storie a morale: vogliono trattare un argomento senza farsi mancare una chiusura ad effetto, propositiva, un piccolo passetto in avanti, un progresso insomma, che non si esaurisca nella sola comprensione dell’argomento. Lo scopo di questo saggio è quello di fornire una chiave per migliorare la società, restituirle una migliore economia. Come? Raccontando con excursus storici quello che è lo stato attuale dell’economia di mercato e mettendone in evidenza le mancanze principali e poi fornendo la ricetta magica.

E’ come se si raccontasse la storia di un piatto da cucina in cui nel tempo si ha esagerato con alcuni ingredienti, eliminandone altri. Un piatto che non viene “capito”, di cui è importante valutare il sapore, non la quantità e che può essere recuperato solo ritornando a considerarne tutti gli ingredienti, ugualmente importanti, per quante minuscole possono essere le loro dosi e preparato con ricetta autentica, che abbia come fine ultimo non la velocità di preparazione o la quantità ma piuttosto il sapore, la qualità, la salute della persona.

Il piatto di cui si parla è l’economia: l’economia non aiuta più l’uomo nel raggiungimento di una vita piu felice, perché da ormai molto tempo si identifica la felicità con il benessere. In particolare l’insieme di beni materiali posseduti. Facendo un errore sostanziale, perchè avere beni è possedere, mentre essere felici è essere, cioè uno stato, non un possesso.

Ma questo punto viene smontato con prove empiriche: per esempio diversi studi evidenziano che dagli anni 50 a questa parte, l’aumento del reddito reale (quello che tiene in conto anche l’inflazione) non ha aumentato il grado di felicità, che anzi sta poco a poco riducendosi nelle “opulente economie occidentali”, come dice l’autore e il termine mi piace :)

C’è qualcosa che non va allora. Se in cinquant’anni abbiamo lavorato tanto come civiltà (e ognuno di voi massaggiandosi la schiena sa bene di cosa parlo) allora tutto questo lavoro dov’è andato a finire? Ha alimentato e sta alimentando l’organo sbagliato?

La chiarezza arriva con il capitolo intitolato:

Eros, Philìa, Agàpe

Sono le tre forme dell’amore umano secondo le interpretazioni filosofiche greche.

1.    L’eros non ha bisogno di spiegazioni, è quella parte dell’amore umano che risponde alla soddisfazione di un bisogno, quindi non altruistico ma invece mediato da un interesse e lo scopo è propriamente di chi lo cerca, non di chi lo riceve. Inoltre, se la cosa è contraccambiata, entrambi i partner stanno perseguendo uno scopo personale.

2.   La philìa è quell’aspetto dell’amore messo in luce nelle comunità nel senso più ampio del termine, sarebbe l’equivalente sul campo della amicizia.

A questo punto l’autore introduce una perla proveniente dalla tradizione greca che per me è da oggi un riferimento nella vita: una frase di Aristotele che recita:

L’uomo felice ha bisogno di amici

Questo aforisma è mirabile infatti se mi permettete una sua lettura veloce per poterlo apprezzare ancora meglio:

–          Fa comprendere l’ingrediente necessario alla felicità dell’uomo: l’altro. Gli amici. La comunità. E’ solo in compagnia che l’uomo si sentirà completo e felice alla fine della propria vita. L’uomo solo sarà profondamente triste.

–          Secondo, mette in luce il paradosso della tremenda vulnerabilità della felicità dell’uomo: il dipendere dal bello e cattivo tempo del prossimo. E se gli amici se ne vanno? L’uomo felice non lo sarà più, perché solo. Ma non è una cosa che si può prevedere, né controllare con i soldi.

E qui si capisce il titolo del libro, La ferita dell’altro, perché il recupero dell’umanità come condizione pienamente soddisfacente la vita di ciascuno, si incentra per forza sul contatto con l’altro, con il rischio di esserne ferito, ma recante il premio incommensurabile di riceverne la benedizione, cioè la felicità. E per dare un esempio di questa grande verità che gli antichi avevano intuito, riprende il testo della Genesi (testo che piu antico non si può!) nel passo che racconta di Giacobbe che lotta contro l’angelo. E’ chiaramente una parabola della condizione umana e di come dalla ferita (di Giacobbe all’angelo) scaturisca la benedizione (dell’angelo a Giacobbe).

Insomma, se vogliamo conoscere veramente il prossimo ed essere felici grazie a lui, dobbiamo rischiare di  prenderne anche le bastonate.

3.   Infine c’è la terza forma di amore, quella più rara, l’agàpe rappresenta la gratuità. E’ la protagonista del libro, potremmo dire. E’ un concetto che necessita chiarezza perché la nostra tradizione culturale inevitabilmente la accosta alla forma religiosa dell’atto verso dio. Non è cosi e l’autore (chiaramente cattolico) lo puntualizza: la gratuità è il dare senza pretendere di ricevere, come invece si fa nell’atto erotico; il dare a tutti anche ai nemici, è dunque ben altro che amicizia.

Ma la gratuità non vuole essere superiore all’amicizia, né al rapporto “ad interesse” dell’erotismo. Insomma si deve capire, secondo l’autore ma l’immagine è invitante e laica, che sono tre forme indivisibili della stessa natura, la natura umana, e come tali non possono essere divise.

Eros, philìa, agàpe le ho dovute spiegare per poter rendere palese l’analogia con le tre forme di economia possibile, nell’ordine:

1.   Contratto, cioè lo strumento indiscusso dell’economia di mercato moderna il cui padre storico è Adam Smith.

2.   Cooperazione, mutualità, reciprocità, scambio, azioni economiche filantropiche come i sindacati, le cooperative, i mercati di acquisto solidale, il commercio equo, ecc.

3.   Il dono, l’offerta allo sconosciuto, il volontariato (e qui entrerebbe il “dilemma del samaritano”, su cui non posso proprio dilungarmi).

L’epilogo è il seguente.

L’economia moderna è come un piatto che ha buttato fuori tutti gli ingredienti per far crescere in maniera abnorme solo il primo: l’interesse privato mediato dal contratto. Ma una forma di economia che faccia interagire le persone solo con contatti privati esclude la soddisfazione umana derivante dalla communitas, perché si immunizza dal contatto veramente umano: è immunitas. Usando sempre come medium il contratto, vivendo in un mondo dove la logica dell’economia di mercato moderna entra persino nella gestione familiare, cambia il modo di vivere in comune, filtra i rapporti umani, si sta perdendo il contatto umano e l’essere umano si ritrova circondato da troppi oggetti e sempre più infelice.

E la ricetta magica?

Far entrare più economia di scambio ed economia del dono nella vita di tutti i giorni, correre il rischio di farsi del male cercando il rapporto con l’altro, sono i due ingredienti mancanti nel nostro piatto quotidiano.

Fine.

Personalmente sono convinto che le radici necessariamente gratuite dello scambio si spiegano nella natura biologica dell’uomo: è un animale sociale. Più chiaro di così…  Tuttavia questa lettura filosofica sulle giustificazioni che rendono necessario “fare comunità” fa bene. Una boccata di profonde riflessioni antropologiche prima di ritornare a pensare alle risorse e alla qualità dell’aria e bla bla bla.

Mi ci voleva una “chiacchiera con i giganti”, prima di risalire sulle loro spalle e continuare la festa.



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